| Capitolo 12 |
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| Arcobalento | |
12 - Del capovolgimento dei sé e del volo verso il finale
Passo la giornata in soffitta, senza vedere nessuno. Rimestolo nei bauli, tra i vecchi giochi. Ritrovo un robot che avevo costruito molti anni prima: quattro pezzi di legno imbullonati, con un lattina di tonno come testa. Avevo fatto gli occhi con due tappi, la bocca uno squarcio di sega sulla lattina. La meccanica della speranza. Ora un occhio si è perso, trasformandolo in un ciclope eternamente sorridente. Arriva sera, ora di cena, sento il paese fremere. In processione si avvia verso la festa. Risate e scalpiccio in strada. Poi si fa buio, anche i ritardatari si apprestano al raduno. Di seguito la calma. Scendo in strada. Deserto. Non molto diverso dal solito, solo che ora le case sono vuote, le finestre stelle spente in questa notte. M'incammino verso il centro, accompagnato da un venticello che pesca polvere e cartacce da terra. Arrivo all'incrocio, dove trovo la strada che dalla piazza porta al semaforo. Mi fermo davanti al monumento ai caduti, che rende bene in questo paese evacuato, da clima postbellico. Il solito giallo intermittente si spalma sulle mura delle case. Imbocco la traversa che sale leggermente verso il parco. Sto in mezzo alla strada, per sentirmi presente. Poi mi volto e vedo una figura che viene verso di me. Sorrido. - Hai scoperto altro? Siamo su una pista? - No Dario. Stiamo attendendo. - Allora attendiamo. Sorride anche Dario. Entriamo nel parco giochi, ci viene da fare gli stupidi sugli scivoli. Dario si butta da uno di essi e io fermo, sotto, con la mano aperta, per toccarlo e prenderci la scossa. Ma non viene, neanche con questa brezza carica di tensione. Forse la discesa è troppo breve. Come sembravano enormi anni fa questi scivoli. Provo la discesa io e mi schianto nella sabbia. Ridiamo. Poi un rumore di passi dalla strada ci raddrizza le schiene. Andiamo a controllare. Altre figure giungono dalla piazza verso di noi. Sono quattro. Si avvicinano, finché il giallo gli illumina i volti e ci mostra le forme della banda dello Zigro, al gran completo; da sinistra a destra: lo Zigro, Flavio e i fratelli Montice. Si fermano davanti a noi, con un sorriso che porta tempesta. Indossano tutti una identica maglietta nera, come se fosse una divisa. Al centro, disegnata a mano, una grande “U”. Tutti dotati di un bastone, come arma d'ordinanza. Ormai hanno fatto il salto di qualità, non sono più una masnada di randagi mocciosi, si sono professionalizzati. Si diventa adulti anche così. Il primo a parlare è lo Zigro, come vuole il protocollo. - Eccoci qua. È da un pò che noi e voi dobbiamo chiarirci delle cose. Peccato che avete avuto molti impegni ultimamente. Fatemi pensare, che impegni avevate? Ah si scappare. La banda ride all'unisono, come il pubblico registrato delle sitcom. - Ora però è venuto il momento di saldare i conti. Cacasotto. - Ma perché ti stiamo tanto sulle scatole? - Dice Dario, lasciando lo Zigro un pò stupito della domanda. - Come perché? Ma che domande. Perché...perché siete così. Noi ci guardiamo le mani e i piedi. - Ecco vedete...vedete, pensate di essere tanto intelligenti eh? Invece siete bacati. - Allora è un problema nostro, mica tuo - Gli rintuzzo lì. - Ma che modo di ragionare è questo. Lo vedete come fate innervosire – si volta verso i sottoposti per cercare consenso. Ma la banda è irrequieta, non capisce perché il loro capo si stia ingarbugliando nella discussione. Son gente d'azione loro. - Zigro diamogli una bella ripassata, così abbassano le arie – Flavio lo dice battendo il randello ritmicamente sul palmo della mano. - Già basta discutere prendiamoli. A queste parole la banda si muove all'unisono verso di noi, che in compenso facciamo la cosa che ci viene più naturale: ce la diamo a gambe. Prendiamo la discesa per tentare la fuga verso la piazza, ma siamo troppo lenti e la gang ci branca dopo pochi metri, all'altezza del monumento. Siamo circondati, stringono il cerchio agitando i legni davanti a noi. Io sudo dalle mani per il terrore. Dario è stretto a me e sento che trema anche lui. Siamo spacciati. Poi qualcosa cambia. Le ghigne dei loro volti, rese gialle dall'intermittenza del semaforo, diventano blu. Anche la banda dello Zigro si accorge del cambiamento, perché si blocca disorientata. Tutto intorno è blu, a intermittenza. - Il semaforo! È diventato blu! - Urla Dario. Allora lentamente sbuchiamo lungo la strada principale, per poter scorgere il semaforo e rimaniamo a bocca aperta. Davanti ad esso sta un' imponente dirigibile blu.
Vola a mezz'aria, sollevato da terra di qualche metro, solitario. Deforma di blu la luce del semaforo che gli passa attraverso. È lungo circa 15 metri e alto 4. Spinto dal vento avanza, senza alcun rumore, verso di noi. Quella che dovrebbe essere la cabina di guida sta in alto, vuota, praticamente è rovesciato sottosopra. Restiamo tutti e sei meravigliati a guardarlo mentre si avvicina, in un silenzio irreale. Ci scostiamo ai bordi della strada, per permettergli di sfilare verso il centro. È maestoso e regale. Dalla cabina penzolano, fino a terra, delle funi intrecciate, come una scaletta in corda. L'idea mi viene fulminea, abbasso lo sguardo per vedere tutta la banda distratta dal dirigibile, quindi dò di gomito a Dario, indicandogli col mento le funi. Dario coglie l'intenzione al volo e fulminei corriamo verso di esse. Con un balzo Dario si avventa sulla pseudo-scaletta, io dietro inseguo il dirigibile, mentre aspetto che Dario salga. La ganga Zigro resta interdetta. I Montici guardano Flavio, che guarda lo Zigro, che guarda tutti e tre. Poi si smuovono all'inseguimento. Dario sale con fatica, aggrappandosi mani e piedi agli intrecci delle corde. Il dirigibile sorpassa il monumento. Lo Zigro e Flavio si fanno sotto, i Montici in ritardo sullo scatto. Quando Dario ha scalato qualche gradino, anch'io afferro la scaletta al volo. Flavio sfrutta le sue gambe lunghe per tentare un placcaggio, ma con uno slancio mi isso di qualche gradino, lasciandolo acchiappare il vuoto. Ora il dirigibile ha imboccato la via che porta alla piazza. Dario ha oltrepassato la carena, issandosi sulla parte superiore del pallone; passa una delle funi, ciondolanti al vento, intorno alla cabina e se la lega al fianco. Lo Zigro, al secondo tentativo, afferra la scaletta, mentre io stò rapidamente salendo. I Montici sempre indietro, ma in compenso fanno un gran casino con urla e incitamenti. Pessimi corridori, buoni supporter. Intanto tento di scaricare delle pedate sullo Zigro, che si difende incassando bene e insultando con fantasia. Questa azione mi fa barcollare. Pessima idea, mi conviene pensare a salire. Flavio si è rialzato, si è fatto già sotto. Il dirigibile è nella strettoia che accompagna alla piazza. - Porcamiseria! Dario, ci vorrebbe qualcosa che faccia da artiglieria - Urlo mentre raggiungo la parte superiore, quella che potrebbe essere la tolda di una nave. - Basta chiedere. Guardo Dario. Sorride, mentre mi mostra i balconi del secondo piano. Stanno alla nostra altezza, con ogni genere di fioriere a portata di mano. Benedetta sia la mania floreale dei suisiesi. Dario prende al volo un paio di vasi e li getta di sotto verso i Montici e Flavio. Granate di terra e petali esplodono al suolo, tra le gambe dei Montici. I quali, sempre urlando, decidono per un inseguimento più rallentato. Flavio non demorde. Dario intanto ha caricato le mani con due vasi di elicriso gialli e prontamente li spara a palombella verso l'inseguitore. Flavio osserva la parabola dei proiettili gialli farsi vicina. Quindi dribbla, schiva, finta, caracolla, sguiscia, balza. Gli elicriso esplodono in un fragore di coccio e terra, a pochi centimetri dalla sua capriola. Si rialza di slancio, con un urlo di successo, non accorgendosi del lampione davanti a lui, che lo inzucca nel roseto posto davanti alla farmacia. Fuori uno. Dario manda un'occhiata di sfida ai Montici, mentre fa saltellare tra le mani una dalia-atomica. I fratelli decidono per una ritirata strategica. Fuori altri due. Il dirigibile entra nella piazza. Nel frattempo lo Zigro è impegnato, sotto la pancia del dirigibile, a tenersi ben saldo alla scaletta, mentre io opero una manovra di strappi. Ma quello non ha intenzione di mollare. - Dario, mettiti dall'altro lato, seduto, e con i piedi dai una spinta sui balconi. Dario si butta sulla sinistra e, di schiena, si fa scivolare lungo la parete fino a poter dare un gran colpo ad un balcone. La nave-dirigibile si sposta rapidamente a destra, verso l'altro lato della piazza. Io mollo la scaletta, mi butto a destra e, come Dario, spingo sulle pareti delle case. Il dirigibile si sposta di colpo a sinistra. Dario ripete l'operazione e piano piano lo facciamo ondeggiare, da una parte all'altra della piazza, sempre più violentemente. Sotto, aggrappato con tutto il corpo alla scaletta, lo Zigro volteggia nel vuoto. Ad ogni colpo, l'effetto pendolo aumenta e il capobanda si ritrova ad oscillare con maggiore intensità. Finché ad una nuova spinta di Dario, lo slancio diventa insostenibile e la forza centrifuga della scaletta lo scaraventa sulle sdraio di un balcone, situato al primo piano. Io e Dario ci abbracciamo, urlando di gioia. Lo Zigro è vinto. È vinto.
La navegibile sta lasciando il centro della piazza, mentre sentiamo un lamento. È lo Zigro che piange. Molliamo l'abbraccio per guardarlo, per la prima volta mi accorgo che è solo un ragazzino. - Non avremo esagerato? - Dice preoccupato Dario. - Ci hanno lasciato altra scelta?
Sulla tolda della più improbabile delle navi, osserviamo sfilare, al nostro fianco, la chiesa. Il vento ci spinge avanti, direzione ovest, intanto scompiglia i nostri capelli. Ecco la biblioteca, sulla sinistra. E già imbocchiamo la discesa. - Iari, stiamo andando verso la festa. - È lì che dobbiamo andare. I nostri sguardi sono decisi e malinconici. Tendendoci ben saldi, cavalchiamo la nostra nave. Siamo due pirati di un futuro ormai perso. Oltrepassiamo via Kennedy, si cominciano a sentire gli echi del raduno estivo. Infiliamo la strada che ci porta verso il campo. Ecco le luminarie ed i bagliori che si fanno sempre più intensi. Incominciamo ad intravedere, dietro i filari degli alberi, la chioma della “molto tecnologica” ruota panoramica.
Arriviamo sul fondo della via, chiusa da una sbarra di ferro, davanti ad esso una nutrito gruppo di auto parcheggiate. L'ingresso risulterebbe precluso a qualsiasi mezzo. A meno che non disponiate di una nave volante. Sorvoliamo le carrozzerie di metallo lucidato delle macchine, portate in mostra alla festa e mollate come amanti ad attendere il ritorno, nell'alcova di un garage. Ecco l'ingresso della festa: il campo di grano. Centinaia di persone si accalcano in un frastuono di suoni, bancarelle con giochi, dolci, zucchero filato e ogni tipo di gara da fiera. Sulla sinistra si estende un capannone, dove, su tavolate di alluminio, si consumano pasti. Dietro, un palco con orchestra incorporata si prepara a far danzare la gente. Ma non facciamo in tempo a infilare la punta del naso all'entrata, che la voce di Jonah Jameson ci sorprende: - Ladriii!!!! Lo sapevo che eravate stati voi a rubare il dirigibile. Delinquenti!! Prendiamoli! Il Caronti sta davanti a noi, sotto di qualche metro, si sbraccia in ogni direzione per cercare rinforzi. - Ora che facciamo - Mi chiede Dario. - Non so. Rispondo e alzo lo sguardo nel tentativo di trovare un'idea. In quel momento la vedo, davanti a me. - Guarda Dario, la ruota panoramica. - Uau! È veramente gigantesca. La ruota è un fiore di luci, con carrozze incastonate sulla circonferenza a far da petali; festoni gialli, rossi e blu la irraggiano e ricoprono ogni braccio meccanico. Uno sfolgorante sogno avveniristico. Una promessa di babilonia. Nel cuore del fiore, un pistillo elettrico suadente, appare, enorme, la scritta: Gira&Salt. A cintarla due cerchi di luce rossa intermittente. - Leggi Dario! - Gira&Salt? - Ti ricorda niente? - Si! Mammamia. Salt Gira. Scuoto un attimo la vista, guardo meglio la ruota nel suo insieme, le luci rosse come due palle che mi scrutano. Un brivido mi gela la schiena. Lo riconosco. - È il drago - Urlo a Dario - Come? - Dario, non lo vedi che è il drago del disegno. È lui! Il nemico di Arcobalento. - È la ruota panoramica, Iari - Ribatte confuso Dario. - Non capisci?! Il Neandertal ha detto che si mangerà tutti, guarda le persone sulla ruota, parlava di loro. Dobbiamo fermarla. - Aspetta Iari, forse ti stai sbagliando. Ma non c'è tempo per le discussioni, è tutto così chiaro, il drago sta preparando la sua trappola, và fermato. Intanto, sotto di noi, al Caronti si è unito il sindaco. Hanno preso le funi della scaletta e stanno bloccando il dirigibile. - Dobbiamo abbandonare la nave, Dario - Urlo senza ammettere repliche. Afferro l'altro capo della scaletta, che stà ancorata alla cabina rovesciata sulla tolda della nave. E senza pensarci mi lascio scivolare giù, tenendomi solo con le mani. Bum! Finisco sulle spalle del sindaco e di Caronti, cogliendoli impreparati e li getto al suolo. - Forza vieni Dario. Il Caronti, da terra, mi afferra un piede. - Maledetto! Non vai da nessuna parte. Dario sbuffa dalla tolda “mannaggia a te, Iari”, ma poi si fionda con un gran urlo: - All'arrembaggiooo!! RiBum! Finisce in braccio al Caronti. Seconda botta, che lo costringe a lasciare la presa su di me. - Ahia! Maledetto pure te! Io ne approfitto per catapultarmi nella folla, verso la ruota. Dario saluta gentilmente: - Buonasera Caronti. Bella festa. Ora devo scappare. Fa per alzarsi, ma il sindaco, da dietro, lo blocca. - Fermo qua teppistello, a te ci penso io. - Corri Iariiiii!!
Dario è fregato. Ho poco tempo, non posso voltarmi o prenderanno anche me. Devo arrivare alla ruota. - Fate largo emergenzaaa! Emergenzaa!! Urlo più che posso, per far scostare la gente. Alle mie grida si uniscono quelle del Caronti, che nel frattempo si è messo al mio inseguimento. - Fermatelo! Fermatelo! A causa del trambusto, la calca si apre e si formano due ali di persone, intente a capire cosa stà succedendo. Ora ho la via libera. Una cinquantina di metri mi separano dalla ruota-drago. La quale si è appena fermata e sta attendendo che una nuova ondata di bambini e ragazzini, ora in coda, prenda posto per il giro panoramico. Devo impedire che finiscano nella sua bocca. Ma il Caronti è sempre più vicino. Le sue mani pronte ad afferrarmi. Non posso farcela. Stringo i denti. Il Caronti è ad un baffo da me, ormai mi prende. Poi sento un capitombolo, mi volto un attimo per capire che succede. Scorgo il Caronti ruzzolante tra la polvere e dietro di esso una sinuosa gamba in pantaloncini di jeans, che spunta dalla folla. Alzo lo sguardo e vedo, ferma in posizione da sgambetto, Simona; che mi sorride e fa l'occhiolino. Ti adoro Simona. Corro. Sono sempre più vicino. Il centro della ruota, il viso del drago, mi fissa con rabbia. Comincio ad urlare. - Via di lì! Via di lì! Tutti via!!! La coda di bambini si volta verso di me, all'inizio ondeggia, teste che si alzano sopra ad altre per curiosare. Poi, come con Alfio, l'effetto paura ha il sopravvento. Cominciano a strepitare in direzione di quel pazzo, che sta correndo come un treno contro di loro. A catena i genitori amplificano il baccano, senza che nessuno si premuri di capire il motivo di tutto ciò. L'importante è usare bene le corde vocali. Ma questo giova al mio obiettivo. Infatti la coda tiene per qualche secondo, poi però si disgrega in ogni direzione. Sono a pochi metri dalla cabina di controllo della ruota. Continuo ad urlare per far scappare quelli che il panico gli ingessa i piedi. - Via! Porcamiseria! È un dragoooooo! Viaaaaa!!! - È matto! - Urlano dalla folla. - Siii!! Sono mattooo! Mattooo!!! Andatevene! A questa dichiarazione anche le gambe degli ultimi prendono il largo. Intanto il Caronti si è rialzato, si sta avvicinando. Un cerchio di persone si forma a qualche decina di metri dalla ruota, creando un vuoto attorno a me. Tutti osservano il pazzo, chiedendosi che vuole combinare. Solo il Caronti rompe il cerchio, venendo verso di me, lentamente. - Che stai facendo stupido? Ora non mi scappi! Salto sulla pedana della ruota, posta davanti alla cabina. Mi volto indietro. Tutto il paese è lì affacciato. I loro occhi sulla mia pelle. Ho pochi secondi per pensare che fare. Sento il drago, alle spalle, ansimare. Improvvisamente, dietro di me, si spalanca la porta della cabina di comando. Ne esce un uomo, che corre verso la folla, urlando: - Il ragazzo ha ragione viaaaa!!! Salta tutto!!! Vedo il Caronti che si blocca, guarda alle mie spalle e comincia ad indietreggiare. Mi volto. Una lingua di fuoco divampa dalla cabina. Succede tutto in pochi secondi. I vetri delle finestrelle sui lati saltano, dentro i quadri elettrici frizzano. In breve la cabina è una palla di fuoco, che si propaga sui festoni gialli, blu e rossi. Le fiamme corrono lungo i bracci, esplodono le carrozze. Il cuore tecnologico della ruota, accerchiato dal fuoco e dal calore, cede di schianto. Il fiore infiammato si abbassa, in un lamento di acciaio e lapilli, fino ad abbracciarmi. Continua |
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