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Capitolo 11 PDF Stampa E-mail
Arcobalento

11 - Della solitudine sulle strade di casa


Riusciamo a trovare il sentiero che ci riporta in paese che ormai comincia a fare buio.

Abbiamo abbandonato la probabile dimora di Neandertal vista l'ora tarda; di lui nessuna traccia e nella grotta niente altro di interessante.

Rientrando, vediamo il paese immergersi nell'oscurità. Suisio sembra una volta celeste, con le finestre delle case che cominciano ad illuminarsi come stelle.

L'umidità che sale dal fiume ci mette i brividi. Camminiamo in silenzio, ognuno nei suoi pensieri.

Siamo stanchi per la risalita nel bosco, graffiati in più punti dalle sterpi e non portiamo a casa nulla di concreto da questa ricognizione, solo la scoperta del graffito e qualche frase assurda smozzicata da Neandertal. Ma la vista di Arcobalento ha lasciato dentro di me una piccola sensazione di felicità, che mi cullo dolcemente ad ogni passo, anche se riaffiora a tratti un lieve turbamento per l'immagine degli occhi del drago.


Arriviamo in paese che il coprifuoco di “madre santissima normalità” ha già ottenuto il suo effetto. Nessuno circola per le strade. Qui e là si odono le voci intubate degli apparecchi televisivi, che fanno da compagnia per le notti senza sogni.

Domani è il giorno della festa dell'estate, il paese ama svagarsi nei momenti convenuti. A domani allora la gioia, i baccanali e il consumo della notte. Oggi no, oggi si celebra clausura.

Dove ti nascondi, anima cupa? Come possiamo sbrigliarcela nella vita, se sulla scacchiera cinerea che è questo paese, muovi all'arrocco di fronte a due pedine esili e disarmate, quali siamo noi?

Pensieri che mi porto dentro. Come al solito.


Intanto saliamo verso il centro. Rompo il silenzio morbido delle nostre meditazioni.

- Dobbiamo pensare ad un piano. Costringerli a rivelarsi. Oppure non arriveremo a scoprire nulla. Si chiudono a riccio e non lasciano trapelare niente dalle loro espressioni.

- Sono stanco Iari. Pensiamoci un'altra volta.

- Potrebbe essere troppo tardi.

- Per cosa tardi?

- Come per cosa? Il Salt Ghira potrebbe agire. E Arcobalento? Dove si nasconde? È in pericolo?

- Ufff - Dario sbuffa. Dario sbuffa? - Tu fa come vuoi, io ora vado a casa.

- Hai paura? Anch’io ne ho - Glielo dico nervosamente.

- Ma no, non è quello. Vuoi sapere cosa penso?

- Certo - Rispondo, anche se era una domanda retorica.

- Penso che non abbiamo trovato nulla. Che stiamo correndo dietro ad un sogno che è nulla.

- Che dici? L'hai visto anche tu il graffito di Arcobalento. Proprio come diceva il folletto.

- Certo. Ma cos'era? Il disegno fatto da un fumettista pazzo, scappato dal mondo per chissà quale motivo astruso. E il folletto? Un vecchio ubriacone metallaro, che sicuramente conosce il fumettista e son rimasti col cervello fuso dopo qualche pasticca di troppo. Sono dei reietti, sconfitti nelle loro battaglie e rimasti ai margini. E la strega? Una vecchia che dice cose senza senso. E il complotto tra il sindaco e gli altri? Normalissime e noiosissime discussioni paesane. Iari prova a pensarci. Magari abbiamo preso un abbaglio. Abbiamo interpretato male una serie di eventi e messi in relazione in modo sbagliato. Probabilmente, la verità è che non c'è nulla di reale in tutto ciò.

Dario finisce lo sfogo, è visibilmente teso. Restiamo un attimo in silenzio; io sono spaesato, non mi aspettavo questa uscita di Dario.

Infine mi saluta, con un filo di voce.

- Ciao Iari. Vado a casa. Mi spiace.


Rimango solo nella piazza. Tramortito.

Scarico qualche pedata su alcuni sassi, con il risultato di alzare solo polvere. Couff! Maledetti Gastaldini.

Mi avvio in direzione del parco. Magari trovo il folletto e mi faccio dire da lui che “si è tutto vero”, alla faccia di Dario. E mi faccio spiegare anche altro, ad esempio dov'è Arcobalento.

Ma al parco non trovo nessuno. Aspetto. Mi siedo su una panchina.

La luce gialla del semaforo crea un tic-tac ossessivo, scandisce un conto alla rovescia per un evento che non arriva mai. Del folletto neanche l'ombra.

Forse ha ragione Dario è questa la realtà. Quel tic-tac serve solo a se stesso. Non cambierà mai. Non ci sarà un momento in cui verrà disvelato il segreto, come nell'ultima pagina dei noir. Non si potrà mai dire con lo stupore sul viso “ecco, allora è così”. Il semaforo resterà lì, giallo, immutabile e rassicurante.

Mi alzo dalla panchina, imbocco la strada che affianca le scuole. Il silenzio è così forte che si sente. Si sente il fruscio dei rami, ogni passo felpato di gatto. È il silenzio che crea suoni, altrimenti non udibili. Si sente lo scorrere delle fogne di Suisio: il gorgoglio delle viscere. Come una risata sorda di questo paese, che si prende gioco di me. Fa echi in dissolvenza, trae in inganno. Gioca con la percezione distorta dai dubbi. Suisio è un mostro famelico. Si prende la vitalità in cambio della vita.

La vita della spesa al supermercato, della domenica a messa e la schedina al bar. Si prende Marco, il sorriso di Simona, i libri di Viviana. Si prende la prossima manciata di ragazzini, che annodano sogni sulle Montagnette, per tramutarli in anonimi avventori del bar centro. Automi con i denti ingialliti e il posto al sole dello sprizz. Smemori di quei sogni lasciati sui pantaloncini macchiati d'erba.

Ma anche se la verità fosse solo quella sotto gli occhi di tutti i giorni, se non ci fosse nessun segreto da svelare, è anche solo per questo che serve un immaginifico piano di volo. Per mettere un argine di poesia alla dilagante morte per consuetudine. Se Arcobalento, il folletto, la strega, se tutto ciò non ha senso, è solo perché bisogna rimettere in discussione la verifica di ciò che ha senso.

Anche solo per questo, Dario.


Mi guardo intorno, è tardi e non sono mai stato così solo. D'improvviso il paese mi appare immenso e sinistro.

Corro a casa.  Continua

 
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