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Capitolo 10 PDF Stampa E-mail
Arcobalento

10 - Della ricerca tra cave, foreste e grotte


- Quindi, Dario, la situazione è che loro sanno che noi sappiamo.

- Ma noi cosa sappiamo?

- Non lo so.

- Quindi loro sanno che noi sappiamo qualcosa che non sappiamo.

- Esatto, pare assurdo ma la situazione è questa. Però possiamo fare delle ipotesi. L'altro giorno abbiamo visto il sindaco, il prete e Gastaldini confabulare tra loro in modo agitato. C'è qualcosa che li tormenta e li rende tesi. Ammettiamo che siano a capo del Salt Ghira, l'agitazione potrebbe essere dovuta all'arrivo di Arcobalento. E chi poteva avere accesso agli ordini della biblioteca?

- Il Caronti – interviene Dario – su mandato loro, lui possiede tutte le chiave degli edifici comunali. Oppure il sindaco stesso. Possono essere entrati dopo che Viviana ha chiuso la biblioteca ieri sera. Hanno controllato nel registro sulla scrivania di Viviana e una volta venuti a conoscenza degli ordini, hanno architettato il gesto vandalico per sottrarci il fumetto.

- Questa è una ricostruzione plausibile.

- Quale è la prossima mossa?

- Andare da Neandertal. Sempre ammesso che esista.

- Ma è pericoloso. Neandertal è mezzo uomo, mezzo scimmia.... e mezzo orso. Praticamente un “uno e mezzo” di mostro. Si dice che viva in una grotta e si cibi di carne cruda; anche umana. Dario finisce la frase e comincia a fare i versi come di una bestia feroce. Arrrrrruaaahhhh.

- È l'unico flebile indizio che abbiamo. Dobbiamo farlo.


Ci diamo appuntamento nel pomeriggio, di nuovo sulle strade di Suisio. Caracolliamo giù per i viottoli di Castelletto, dove le antiche case di pietra si fermano di colpo sul limitare della macchia boschiva.

Da lì è tutta una discesa verso il fiume. Lasciamo la mulattiera che porta alla riva. Inutile scendere per quel versante, se Neandertal esiste, si nasconde nella parte inesplorata del bosco.

Attraversiamo una breve radura di erbaccia e ci troviamo a lambire i confini della cava dei Gastaldini, un morso di squalo sulla pelle della selva. Gran canyon innaturale, deserto arido che dal dentro si mangia l'oasi. All'interno di essa è un gran sferragliare di motori, macchine rotive e nastri trasportatori, che riempiono l'aria di un clangore infernale. Da un silos paffuto, un missile panna e ruggine piantato per terra, escono, trasportati da un nastro, sassi bianchissimi di varie dimensioni. Dopo aver percorso una cinquantina di metri, finiscono in una gigantesca bocca metallica, affamata di pietra, che con frese, mole e macine meccaniche riducono ogni sasso a sabbia fine. Su tutta la cava aleggia una sottilissima cappa di pulviscolo, che ricopre ogni cosa.

Ora capisco da dove arriva tutta la polvere che riempie le strade e i polmoni di Suisio, è la cava che gli mangia l'anima dei suoi boschi.

Questo è il regno dorato dei Gastaldini, il segno del potere che imprimono sul paese: rumoroso e impolverato.


Dopo avere costeggiato e ammirato la sinistra efficacia della cava, ci buttiamo nella foresta di faggi e cerri. Lasciamo alle spalle quel frastuono, per immergerci in uno stato di quiete e silenzio. Camminiamo per molti minuti, spersi. Il terreno si fa sempre più ripido. Saltelliamo; acquistiamo velocità.

Una discesa nel fitto della boscaglia che si tramuta in ruzzolo. Poi riusciamo a fermarci.

Lampi argentati tra le fronde ci limano gli occhi. Facciamo ancora qualche passo faticoso, scostando arbusti e ogni sorta di selva. Poi eccolo, lo vediamo, scorrere limaccioso e possente. Commovente. Il fiume.

- Il nostro Mekong - Mi esce con un filo di voce mentre ci blocchiamo un attimo, in segno di rispetto.

Scorre con quel suo fare sussiegoso, lento, storico. Tornelli disegnano trabucchi tra i massi; il suono, quell'unica nota eterna che fodera le orecchie, riempie di calma ogni spazio.

Continuiamo il percorso labirintico costeggiandolo.

Ad un tratto una parvenza di sentiero, poco più che fuscelli scostati.

- Civiltà! - Urla ironico, o con sollievo, Dario.

Seguiamo quella traccia appena accennata, con i rami che ci graffiano le gambe e le braccia.

Arriviamo ad un spiazzo piano, ricoperto di felci. Da un lato una parete di roccia, dall'altro il fiume.

Vaghiamo in questo eden tra tafani, canne di palude e piante con foglie gigantesche che ci accarezzano le ginocchia.

Siamo in una foresta primordiale, abbiamo varcato la soglia del tempo. Da un momento all'altro potremmo vedere apparire un brontosauro e non ci stupirebbe. Invece sentiamo dei rumori tra la vegetazione. Avanziamo verso di loro. Ci blocchiamo. Forse un animale? Ma la sensazione forte è quella di essere spiati, ci sentiamo degli occhi addosso. Passiamo un piccolo rialzo, oltre ancora una radura intricata di piante. Ma si scorge un sentiero tra essa, le piante calpestate formano una scia. La seguiamo. Avanziamo verso non sappiamo dove, ma avanziamo. Saltiamo un tronco abbattuto sul cammino. Ancora rumori, dietro di noi. Dario mi fa cenno di acquattarmi.

Silenzio. Ci guardiamo. Stiamo fermi. Forse siamo stati degli imprudenti a venire qui, potremmo esserci cacciati nelle mani di Neandertal o qualsiasi altro mostro. Il folletto non ci aveva parlato di pericoli lungo il fiume, dovremmo avere fiducia. Forse.

Passiamo alcuni lunghissimi secondi immobili. Poi sentiamo dei movimenti, passi verso di noi.

Allora mi alzo di scatto e lo vedo, a pochi metri; un volto scuro ricoperto da una folta barba e capelli increspati tra loro; un cencio addosso, forse un vecchio maglione; pantaloncini cachi, ma ormai neri di sporco; due occhi azzurri che mi fissano: Neandertal.

Sorpreso resta fermo, poi si volta e scappa; io ad inseguirlo.

- Dario, corri! L'abbiamo trovato!

Neandertal sfreccia tra la vegetazione come un animale selvaggio. Noi dietro, cercando di non perderlo.

- Si fermi! Si fermi! Vogliamo solo parlarle.

Ha preso distanza, ma si blocca, si volta a guardarmi. Comincia ad urlare qualcosa che non capisco, poi sento un distinto: “Via! Via!”; si sbraccia con le mani, per dar forza al suo grido.

- Si fermi, solo un minuto la prego.

Mi avvicino un poco, mentre se ne sta fermo, sconvolto.

- Lo so perché sei qua- grida- Non posso farci niente io, ormai non più. Si mangerà tutti lui, tutti.

Urla quest'ultima frase incomprensibile, quindi ricomincia a scappare. Entra nel bosco, per sentieri invisibili, che solo gli abitanti del medesimo conoscono. Lo perdiamo. Ci fermiamo a riprendere fiato.

- È sparito. Dico a Dario.

- Anche un mio polmone è sparito. Certo che non fa un buon curriculum da mostro, essere messi in fuga da due ragazzini.

- Infatti, non è un mostro. Sembrava si fosse terrorizzato, quando mi ha guardato in faccia.

- Dove siamo finiti? Tu hai idea da dove siamo venuti?

- No, mi sono perso. Seguiamo la parete di roccia, è un buon riferimento.

Ci accostiamo con gran fatica alla rupe che ci sovrasta. Camminiamo tra arbusti e felci, con lo sconforto dei moscerini e dei tafani a disturbarci.

Ad un tratto lungo la parete scorgiamo una catasta di legna. No, anzi, guardiamo meglio e sembra una costruzione rudimentale: una capanna che sta a ridosso della roccia. Ci avviciniamo. È proprio una baracca. Ci giriamo intorno e troviamo un ingresso. Entriamo con cautela. Al centro troviamo un cerchio di pietre a delimitare una postazione da falò. Per terra, intorno ad essa, stuoie. Uno dei lati della capanna è formata dalla parete in pietra e lì vi troviamo una caverna. La costruzione in legno è semplicemente la veranda di una grotta.

- La casa di Neandertal - Esclama con stupore Dario.

- È buio qua, porcamiseria.

Appena pronuncio queste parole vedo un fascio di luce apparire tra le mani di Dario.

- La torcia, l'ho portata perché...non si sa mai.

- Sei un genio Dario.

Avanziamo all'interno della grotta. Coperte sul pavimento, ai lati vecchie cassapanche o cassettiere, una sedia con vestiti vari appoggiati sopra, una lampada ad olio. Oggetti sparsi, sembra buttati a caso nella caverna, tra cui spicca una scatola di legno con una manciata di pastelli a cera. Visioniamo tutto seguendo lo stretto fascio di luce della torcia. Dario la punta verso l'alto, sul soffitto della caverna.

- Guarda Iari, dei disegni.

La volta della grotta è completamente ricoperta di graffiti.

- Proprio come facevano gli uomini delle caverne - Aggiunge Dario.

- No! – rispondo – come potrebbe fare un fumettista.

Restiamo stupiti a osservare pezzo per pezzo la volta, una babele di immagini che si rincorrono. Vi si vedono uomini, donne, animali fantastici con quattro teste, macchine futuristiche, storie incolonnate in gesta epiche incomprensibili per noi.

Poi lentamente la luce della torcia scivola sul fondo della grotta, sul lato opposto dell'ingresso.

E qui appare immenso, strappandolo lentamente dal buio, un arcobaleno che ricopre l'intera parete. Sotto di esso un veliero a tre alberi. Sventola su di esso una Jolly Roger con ghigno sprezzante. Le vele, gonfiate dal vento, sembrano volersi staccare dalla parete; dalla carena della nave spuntano neri e affusolati cannoni. A prua, al timone, un ragazzo con un occhio bendato ci sorride maliziosamente. Un piede posto sul parapetto della nave pronto all'assalto; in mano, sguainata in segno di sfida, tiene una sciabola che riverbera del sole caraibico o di qualche stella lontana. Il ciuffo di capelli, che fuoriesce dalla bandana, si fa vento ribelle sul viso indomito.

Dalla nostra bocca esce un'unica parola:

- Arcobalento!

Ci incantiamo di fronte ad esso. Lasciatecelo ammirare. Come da piccoli quando si fissa un punto e ci si bea del formicolio da intorpidimento sulla fronte. Come quando avete trovato la famosa X segnata sulla mappa del tesoro inventata nei vostri giochi. Avete presente? Lasciateci imbambolati, per un attimo.


Piano piano ci disincantiamo. Spostando la torcia a lato del veliero, riusciamo a scorgere contro chi sta muovendo all'attacco Arcobalento. Sull'ultimo spicchio di parete, disegnato in un mare scuro e tempestoso, sta un drago tricromico, spaventoso e ricolmo d'ira. Le scaglie del drago sono rosse, gialle e blu e proiettano zampilli di luce e fuliggine verso il veliero. La testa è circondata da una cresta infuocata, un cerchio di fiamme sbatacchiate dal vento. Al centro del viso, due biglie rosse d'odio, ecco gli occhi puntare Arcobalento, come se si stesse preparando a mangiarselo.

- Oh-Oh, mi sa che abbiam trovato anche il Salt Gira.

Annuisco alla dichiarazione di Dario.

- Già, ed è proprio spaventoso.

Allora è questo il terribile nemico che deve sconfiggere Arcobalento.

Gli occhi di quel drago famelico mi ipnotizzano e mi chiamano a sé.  Continnua

 
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